Lo shoegaze e il post rock capitolino degli Adelaide e dei Murosuono
Insomma, è un viaggio nei contrasti e nei sentimenti irrisolti della quotidianità. Abbracciando sonorità che si muovono tra emo e post-rock, la band racconta una vita fatta di malinconie, nostalgie e tentativi di trovare un senso nel vuoto della provincia. Dopo l’uscita del loro EP omonimo nel 2022, i quattro membri – Tiziano, Giovanni, Marco e Lorenzo – hanno maturato un'identità sonora e testuale che esprime il bisogno di riconnettersi e urlare insieme. I brani parlano di un'introspezione sincera e di un senso di collettività in cui rifugiarsi per fronteggiare l’incertezza della vita.
Nel brano d’apertura, Non son mai stato buono, emerge una vulnerabilità sincera: il protagonista si confessa incapace di esprimere le proprie opinioni, bloccato tra le aspettative sociali e la propria insicurezza. Con un linguaggio semplice, la canzone esplora l’alienazione personale e la difficoltà di essere se stessi in un mondo che spesso sminuisce la voce individuale; elementi di estraneità che si ritrovano anche in Ogni tanto, dove il desiderio di normalità si scontra con la consapevolezza della propria “stanchezza sincera” e della disconnessione.
Ogni brano si distingue per la scelta di testi brevi ma incisivi, in cui ogni parola è usata con precisione per arrivare dritta all’ascoltatore: catturano l’essenza delle emozioni senza perdersi in dettagli superflui, riuscendo a trasmettere tutta l’intimità delle storie raccontate.
La malinconia si fa più cupa in 29 Aprile, un brano che si interroga sulla propria bontà e sulla capacità di amare. L’incertezza diventa quasi una dimensione esistenziale, una riflessione sul senso di colpa che arriva come una confessione sommessa. È una canzone intrisa di un dolore pacato, che risuona come un dialogo interiore tra la paura di non essere all'altezza e il bisogno di non deludere.
Lune Storte, rende il dolore più crudo e viscerale, reso ancora più intenso da frasi come “fai un respiro, non sentirai niente, no, morirai.” Queste parole, brevi e taglienti, creano un senso di vuoto quasi anestetizzato, in cui l’atto di respirare appare svuotato di vita. Si riflette così la difficoltà di accettare il proprio dolore, conducendoci in un luogo oscuro e isolato, simbolo di una vulnerabilità che è quasi impossibile superare.
Con Pena, il tema della fragilità si approfondisce: la voce si fa quasi supplica, chiedendo un momento di tregua, un secondo di serenità. È una canzone che rivela il desiderio di abbandonarsi, senza filtri, all’altro, in cerca di comprensione e compassione: “regalami un secondo, perché io non ne ho più”.
Diluvio, uno dei singoli che ha anticipato l’uscita dell’album, è un piccolo manifesto di resistenza interiore. La canzone descrive una tempesta personale, un diluvio che scorre dentro di sé. La speranza, seppur fragile, emerge nella promessa di ritrovare un giorno la capacità di sorridere “con un ombrello rotto”, dettaglio che sembra richiamare la stessa copertina dell’album.
Tra i brani più intensi dell'album, uno in particolare esplora il tema della distanza emotiva e la difficoltà di creare una vera connessione: Quando sei lì. I versi trasmettono una sensazione di separazione quasi insormontabile, come nel ritornello ripetuto “in mezzo troveremo sempre troppa gente e non ci incontreremo mai,” dove il desiderio di avere qualcuno accanto si scontra con una barriera invisibile ma costante.
Si chiude con Mai, un finale crudo e diretto che lascia in sospeso il senso di vuoto e rabbia che attraversa l’intero progetto. La ripetizione costante di “mal di te, mal di me, mal di noi” diventa quasi un mantra di disillusione, un’espressione di disagio che sembra non avere soluzione. È un ultimo grido di impotenza, che suggella il disco con una nota di rassegnazione.
Questo album si dipana attraverso un percorso emotivo segnato dai contrasti e dalle sfumature di una quotidianità segnata da sentimenti irrisolti. Ogni brano cattura un frammento di quella fragilità che ci accompagna nel quotidiano, tra malinconia, rabbia, disillusione e, a tratti, speranza. Con una scrittura diretta e senza filtri, viene tracciato il ritratto di chi si trova a confrontarsi con il proprio dolore e le proprie incertezze, cercando una via di fuga che sembra sempre sfuggire.
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2006 / 2009 - La quiete
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L’album di debutto dei MUROSUONO, è un viaggio intimo e profondo nel cambiamento interiore, un disco che parla di frammentazione, ricerca di sé e nostalgia con una sincerità tagliente. La band romana nata a Roma nell'inverno del 2022 e composta da Davide Grava (voce), Federico Bruzzaniti (chitarra), Michelangelo Rupolo (batteria) e Michele Cipollini (basso), si muove tra post-punk, midwest emo, screamo e shoegaze, creando un suono autentico." Unendo momenti quieti e intimi a esplosioni potenti e graffiate, il gruppo porta l’ascoltatore su un crinale emotivo, dove ogni traccia sembra sull’orlo della rottura. Questo album, distribuito da Kosmica Dischi, è un mosaico sonoro sfaccettato che spinge a riflettere su se stessi e a fare i conti con i propri errori.
L’album si apre con Pezzi, una traccia che riassume subito il tema centrale: la frammentazione dell’io e la frenesia di rimettere insieme i pezzi di un puzzle che non smette mai di cambiare. Seguono Non ci sto dentro e Non mi va, i due singoli di lancio. La prima, è una spinta verso la ricerca di sé stessi, un urlo contro il sentirsi fuori posto e incompresi. Qui la band riesce a intrecciare sonorità post-punk graffianti con atmosfere midwest emo, portando l’ascoltatore in un alternarsi di rabbia e introspezione, rafforzata dalla presenza evocativa della tromba. Non mi va invece, è una traccia che, con il suo ritmo serrato, parla dell’immobilismo emotivo che ci blocca e della rabbia di chi vuole trovare la forza di cambiare. È un brano che esprime tutta la frustrazione di chi si sente intrappolato in una realtà soffocante.
Con Falò viene toccata una corda più nostalgica: questo inno post-grunge parla del legame con il passato e riflette sul peso dei ricordi, portandoci in territori intimi e personali. La successiva, Portarne il peso è un invito a raccogliere i frammenti di ciò che siamo stati per diventare più forti; la tromba di Giulio Guidotti (voce e tromba degli alGot), presente anche in altre tracce, aggiunge qui profondità e un senso di disorientamento affascinante, guidandoci in un caos di voci che si fondono in un grido collettivo di dolore e speranza.
La penultima traccia, Ortiche, è un pezzo che combina influenze post-punk e accenti di math rock: il dialogo tra voce, chitarra, batteria e tromba costruisce un’atmosfera sfumata e ipnotica, raccontando il coraggio necessario per cambiare e affrontare il dolore che implica. Il tema del cambiamento risuona qui con forza.
Si termina con Domani, una strumentale malinconica e delicata che sembra lasciare l’ascoltatore con una nota di serenità e speranza. In questa outro meditativa, il riff midwest emo si intreccia con la tromba in una melodia leggera e profonda, come a voler suggerire che, pur non sapendo quale direzione prenderemo o in cosa ci trasformeremo, forse va bene così. C’è una bellezza nell’abbandonarsi al cambiamento, nel lasciarsi attraversare dalla sua energia, come un respiro profondo che ci attraversa e ci porta verso nuove strade.
MUROSUONO porta così al debutto un album intenso, capace di esplorare emozioni complesse con una rara sensibilità. L’unione tra malinconici riff midwest emo, sonorità screamo e shoegaze e atmosfere post-punk costruisce un sound potente e vulnerabile. Che forma prenderò domani invita a guardare dentro di sé, ad abbracciare il cambiamento e l’incertezza con coraggio.
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